TEST D’INGRESSO PRIME – TESTO SCIENTIFICO

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Georisorse energetiche: i combustibili fossili

Oltre alle materie prime come i metalli, la Terra offre risorse energetiche molto importanti come il carbone e gli idrocarburi (petrolio e gas naturale). Queste sostanze, solide o liquide che siano, sono derivate dalla sedimentazione di resti organici, cioè da resti di organismi viventi costituiti da molecole altamente energetiche (pensate al perché ci nutriamo di sostanza organica e non di minerali!).

Questa energia “fossile” si libera con la combustione, che altro non è che una reazione chimica di ossidazione; perciò carbone e idrocarburi sono detti combustibili fossili.
Dal punto di vista economico, come illustrato nel sottostante grafico i combustibili fossili hanno sempre avuto un ruolo di primo piano.

 

Grafico_combustibiliGrafico n.1. – Utilizzo di alcune fonti energetiche negli ultimi 150 anni.

 

Se nei paesi industrializzati è molto forte la dipendenza delle georisorse, nel resto del mondo lo è di meno, ma solo a causa della povertà. Ammesso che i paesi “in via di sviluppo” si sviluppino veramente, e lo facciano seguendo il nostro modello, la domanda di petrolio, materie prime, ecc. diverrebbe insostenibile.

Le cifre che i media diffondono in proposito non chiariscono, ma confondono le idee. Occorre diffidare, in particolare, quando si legge che “le riserve sono sufficienti per tot anni”, perché si fa spesso riferimento ai consumi attuali. I consumi in realtà sono crescenti e la durata della risorsa dipende da quanta ne resta e del tasso di aumento dell’uso, non dall’uso in un certo momento.

Il carbone, in ogni caso, anche se più abbondante del petrolio, non basterà per più di qualche decennio; inoltre, il 70% delle riserve di petrolio si trova in Medio Oriente e in altre aree politicamente instabili. Conviene pensare a un altro tipo di combustibile, soprattutto per i trasporti. Inutile illuderci nella speranza di trovare nuove riserve, neppure queste risolverebbero il problema.

Un raddoppio delle riserve, con consumi crescenti, non comporta affatto un raddoppio della loro durata, ma un incremento decisamente minore. E poi, sia il tasso di scoperta di nuove riserve sia quello di produzione e consumo aumentano nella prima fase di sfruttamento di una risorsa, poi toccano un massimo e cominciano a declinare quando ci si avvicina all’esaurimento (vedi grafico n. 2).

 

Grafico_Hubber_1Grafico n.2. – Andamento della produzione petrolifera degli USA dal 1900.

Il picco della produzione, però, non coincide con quello della scoperta, ma lo segue di un certo numero di anni; ne deriva che, per un po’, lo sfruttamento cresce mentre le riserve stanno declinando, perché la scoperta di nuovi pozzi rallenta. Questa osservazione importante è stata fatta fin dal 1962, per il petrolio del sottosuolo americano, da M. King Hubbert: negli Stati uniti, (vedi grafico n.3) il tasso di scoperta è cominciato a calare significativamente alla fine degli anni sessanta, quello di produzione dieci anni dopo.

 

Grafico_Hubber_2
Grafico n.3. – Picchi di scoperta e di estrazione secondo la teoria di Hubbert sulle risorse naturali

Dal 1970 in poi, in effetti gli Stati Uniti sono diventati importatori di petrolio dal Medio Oriente. Oggi il tasso di esplorazione e di scoperta ha già raggiunto o sta raggiungendo (a seconda delle opinioni) il suo picco a livello mondiale e ci possiamo logicamente aspettare una imminente crisi di scarsità di petrolio, con ovvie ripercussioni sui prezzi.

Le riserve future di petrolio sono già state localizzate in mare profondo; la tecnologia per l’estrazione esiste ma i costi e rischi ambientali sono ancora elevati. Altre riserve note si trovano negli stessi giacimenti sfruttati o in corso di sfruttamento; gran parte del petrolio estratto, infatti, si trova sotto pressione ed esce spontaneamente dai pozzi. Nel sottosuolo ne resta fino al 75%, trattenuto nei pori dalle forze viscose e di adesione. Vi sono tecniche di estrazione “secondarie” e “terziarie” per questo greggio residuo, ma ovviamente sono costose.

Un discorso analogo vale anche per i cosiddetti idrocarburi “alternativi”, come quelli contenuti in sabbie catramose e argille bituminose. L’estrazione del petrolio da questi sedimenti, però, ha un impatto ambientale maggiore dei soliti pozzi, poiché bisogna prima rimuovere, poi macinare enormi volumi di roccia impregnata di petrolio ed infine separare quest’ultima da sabbia e argilla.

In definitiva, l’ultimo petrolio che consumeremo sarà anche il più caro e impattante sull’ambiente.

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